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2012: ULTIMI RINTOCCHI DI UMANITA’ E POESIA

 

Ho levato un ricordo cha ha più vita del bronzo, più alto del regale riposo delle piramidi; e non lo distruggerà la pioggia che consuma, il folle vento, l’eterna catena degli anni, la fuga del tempo. Non sarà vera fine, molto di me si salverà da morte…” (Orazio, da Odi ed Epodi)

Così il poeta Orazio afferma la forza e l’eternità del poeta e della poesia, anche dinanzi al passare del tempo e di tutti gli eventi naturali. Ma tale convinzione sarebbe rimasta nel suo animo, se avesse saputo della fine del calendario dei Maya? Se nel 2012 finisse davvero questo mondo, si salverebbe la poesia? Nelle ipotesi più terribili, ci sarebbero terremoti o guerre o ancora pestilenze o peggio ancora piogge letali di meteoriti dallo spazio.
 
 

Dalla sua nascita, la parola scritta è sempre riuscita a incidersi in maniera indelebile sulle tavolette di argilla, sui papiri e infine sulla carta. Ha resistito alle intemperie del tempo che sono state diverse e devastanti lungo questi tutti questi secoli. E’ risorta sempre come una fenice e sebbene in pessime condizioni diversi manoscritti del passato sono arrivati ai giorni nostri. I versi di Orazio, appunto, sono arrivati ad oggi, realizzando il desiderio di immortalità del poeta.

 
 
E se davvero dovesse succedere qualcosa di irreparabile, sono certo che la carta sarebbe sempre uno scrigno prezioso della parola e del suo tempo. In fondo alla fatidica data del 21 dicembre 2012 mancano circa tre anni e per chi crede nelle profezie è difficile pensare alla pianificazione del proprio futuro.  Dunque una soluzione potrebbe essere quella di vivere alla giornata, come se ogni singolo giorno (secondo Seneca) fosse una singola vita. Come se ogni giorno fosse l’ultimo e con questo cogliere lo spirito sovrano della poesia. E proprio per questo cercare di prendere tutto ciò di bello e purtroppo effimero che la vita ci riserva. “Calma la brama del mondo e vivi contento di poco… In mano prendi una coppa e la treccia d’Amica gentile, chè passa, passa e non resta, questa tua vita d’un giorno”  (Omar Khayyam).   Passa quindi e non resta questa tua vita. La paura intrinseca che quella data incute sottilmente in ognuno di noi, può essere lo sprono ad affrontare con maggiore forza e serenità le difficoltà quotidiane. Un modo per saltare a piè pari gli ostacoli che la vita si diverte a frapporre alla nostra esistenza. L’utopia più grande è forse una grande pace, la cessazione delle guerre, un sogno, un grande desiderio in ognuno di noi. O forse un desiderio che non esprimono tutti gli esseri umani. Perché una grande parte di essi coltiva dentro sé grande avidità e brama di potere. Ma se tutto questo dovesse essere sedato grazie alla fine perenne di tutte le ostilità allora sarebbe lecito sperare che i Maya abbiano avuto ragione a profetizzare il 21 dicembre 2012 come fine di un calendario ed inizio di uno nuovo; sarebbe concesso sperare in un evento prodigioso:  
l’inizio di un nuovo tempo ebbro di pace e poesia.
                                                                                                                                                                                  “Questi che sono ora vecchi, e questi giovani ancora, ognuno ansioso s’affanna a corsa verso la mèta; Ma questo vecchissimo mondo, in fine, a nessuno rimane. Andarono, andremo, altri verranno; ed andranno”       (Omar Khayyam)
 
                                                                                                                       Giuseppe Calì
2012
 
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