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CODICI MAYA - IL CODICE DI DRESDA

 

I Maya sono l’unico popolo del continente americano che abbia sviluppato una scrittura in cui ogni pensiero e concetto può essere espresso tramite un incrocio di segni, glifi pittorici o ideogrammi, per l’esattezza. Ogni segno rappresenta un’idea che contiene elementi simbolici sia religiosi che fonetici.  

Tale sistema di scrittura, molto simile al sistema basilare dei rebus della settimana enigmistica che conosciamo, fu così strutturato perché solo i sacerdoti, intermediari tra il popolo e le divinità, potevano avere l’accesso alla conoscenza. Nei testi Maya sono stati identificati circa 800 segni diversi, numero troppo consistente per una scrittura alfabetica o sillabica, ma anche troppo esiguo per quella logografia (ovvero scrittura in prosa e non in versi).

Innumerevoli esempi di scrittura Maya ci vengono dalla scrittura monumentale nelle piramidi e nelle costruzioni e soprattutto dai libri, detti codici, lunghe strisce di carta piegate a fisarmonica realizzate con la corteccia del fico selvatico e coperte da un finissimo strato di calce su cui lo scriba poteva cimentarsi nella pittura di testi e immagini. La scrittura generalmente si legge da sinistra a destra oppure dall’alto al basso e per coppie di colonne. I blocchi in genere si compongono di un glifo o segno principale e gli affissi ed i caratteri sono dipinti in rosso e nero.

Purtroppo di questa grande eredità dei Maya, solamente 4 manoscritti, o 4 codici, sono rimasti a noi poiché moltissimi libri furono distrutti nel periodo coloniale da chi si recò in quelle zone con l’intento di evangelizzare gli indigeni: il Codice di Dresda, il Codice di Madrid e il Codice di Parigi, i cui nomi derivano dalle città in cui sono conservati. Negli anni sessanta fu rinvenuto un quarto manoscritto, il Codice di Grolier, risalente al periodo ispanico.

Quando parliamo di codici Maya, dobbiamo immaginare pagine con sfondi chiari e delicati e segni, glifi, vignette animate da personaggi spesso mistici che ci raccontano storie di divinità, di astronomia, oroscopi, rituali religiosi per un totale di 372 glifi, mentre permangono celati da misteri altri 200 che non sono stati dichiarati incomprensibili e mai decodificati.

 

 

 

 
 

 
 

IL CODICE DI MADRID (Tro-Cortesianus)

 

Questo codice è lungo più di 7 metri (cm.715X24X13) e comprende 112 pagine sulla divinazione, cerimonie relative ai problemi artigianali e alla festa dell’anno nuovo. Inizialmente non percepito come un blocco unico fu diviso tra 2 biblioteche di Madrid come codex Troano e codex Cortesianus per essere successivamente riunito e depositato come unico blocco (che contiene entrambe i nomi iniziali della separazione) presso il Museo di Archeologia e di Storia di Madrid.

 

IL CODICE DI PARIGI (CODICE PERESIANUS)

 

Il Codice di Parigi venne rinvenuto nel 1860 in un deposito di vecchi documenti della Biblioteca Nazionale di Parigi avvolto da carta Perez (da qui il nome Peresianus). Lungo circa 145 cm. È in pessimo stato ed è incompleto. Si compone infatti di sole 22 pagine ed appare come un’opera di consultazione per i preti indovini, mentre nella seconda facciata tratta della divinità di Katun (2 decenni) e delle cerimonie di successione di alcuni katun e del tun (anno).

 

 

 
 
 

IL CODICE DI GROELIER

 

Con un’altezza di 19 cm circa ed una lunghezza di 125 cm, ha solo 11 pagine di simboli numerici ed è realizzato con carta ricavata dalle fibre del legno di ficus cotonifolia - risalente al periodo postclassico medio (1100-1350) - ricoperta di calce e colorata. Fu ritrovato negli anni ’60 da alcuni saccheggiatori in una grotta nello stato messicano del Tabasco ed acquistato nel 1965 da un collezionista messicano. La prima esposizione del codice fu nel  1971 al Grolier Club di New York. E’ ancora in dubbio la sua autenticità anche se sia la carta, sia vicinanze al Codice di Dresda, che come questo contiene un calendario di Venere, lo avvicinano al misterioso mondo Maya.

Attualmente è conservato presso la Seccion de Arqueologia del Museo Nacional de Antropologia di Città del Messico.

 

Vittoria Citarelli

 

 

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